Dal diritto allo sviluppo al business geopolitico

Luca Iotti . 03/06/2026 . Tempo di lettura: 4 minuti

C’è un elemento che dovrebbe inquietare chiunque abbia davvero a cuore il futuro dell’Africa: la progressiva trasformazione della cooperazione internazionale in una semplice partita di interessi economici, energetici e geopolitici. I paesi del Nord e Est del mondo — pur con linguaggi differenti — stanno convergendo verso una stessa logica: ridurre il ruolo della cooperazione indipendente, marginalizzare ONG e organismi multilaterali, e costruire rapporti diretti con governi spesso fragili o autoritari, subordinando gli interventi sociali a convenienze strategiche e commerciali. È una deriva che viene raccontata come pragmatismo moderno, ma che rischia di produrre conseguenze devastanti. Perché quando lo sviluppo smette di avere al centro le persone e diventa uno strumento di influenza politica o di accesso alle risorse naturali, i primi a pagare il prezzo sono sempre i più vulnerabili.

Negli Stati Uniti questa impostazione è stata rivendicata apertamente attraverso la retorica del “business instead of assistance”: meno cooperazione tradizionale, più accordi economici. Una formula apparentemente efficiente, ma che nella realtà mostra profonde contraddizioni. Da decenni si ripete che il commercio sostituirà gli aiuti, eppure gli investimenti privati continuano a evitare gran parte del continente africano per ragioni molto concrete: instabilità politica, sistemi giudiziari deboli, corruzione diffusa, assenza di garanzie reali per chi investe nel lungo periodo. Il punto più preoccupante, tuttavia, riguarda il progressivo smantellamento dei meccanismi indipendenti di controllo. ONG, reti territoriali e organismi multilaterali vengono descritti come apparati costosi e inefficienti. Certamente il sistema della cooperazione internazionale ha avuto limiti, sprechi e distorsioni che nessuno può negare. Ma eliminare questi soggetti senza costruire alternative trasparenti significa trasferire enormi quantità di risorse direttamente nelle mani di apparati governativi che, in molti contesti africani, convivono da anni con clientelismo, corruzione strutturale e concentrazione del potere.

In altre parole, non si eliminano gli intermediari: si sostituiscono con intermediari ancora meno controllabili. Questo schema è già visibile in molte aree del continente. La Cina lo applica da anni attraverso grandi investimenti infrastrutturali legati all’accesso privilegiato a petrolio, minerali strategici e corridoi logistici. Porti, ferrovie, dighe e sistemi di sorveglianza digitale sono stati costruiti rapidamente, ma spesso senza generare vera crescita locale, senza trasferimento di competenze e lasciando in eredità debiti enormi e nuove dipendenze economiche. Le élite politiche si rafforzano, mentre le comunità restano ai margini.

Ed è proprio qui che il Piano Mattei rischia di trovarsi davanti a un bivio estremamente delicato. La narrativa ufficiale parla di partenariato, cooperazione tra pari e nuova centralità dell’Africa. Ma dietro questa retorica emergono elementi che destano forte preoccupazione: il legame stretto tra approvvigionamento energetico, contenimento dei flussi migratori e rapporti diretti governo-governo; la scarsa centralità attribuita alla società civile africana; l’assenza di strumenti realmente indipendenti di monitoraggio dell’impatto sociale dei progetti.

La presenza di ENI all’interno del Piano Mattei può rappresentare un fattore rassicurante soltanto a una condizione fondamentale: che l’azienda abbia davvero la volontà, il coraggio e la capacità di affidarsi a chi possiede competenze concrete sul territorio, a chi conosce i bisogni reali delle comunità locali e opera da anni accanto alle popolazioni africane. Senza questo passaggio, il rischio è che anche i progetti più ambiziosi si trasformino in operazioni scollegate dalla realtà sociale, incapaci di produrre sviluppo duraturo e sostenibile.

Perché la stabilità non nasce dai contratti energetici. Nasce dalla fiducia delle persone, dalla giustizia sociale, dall’accesso all’acqua, alla salute, all’istruzione, al lavoro dignitoso. Nessun investimento privato può prosperare a lungo in territori segnati da esclusione, disuguaglianza e rabbia sociale. La vera mistificazione è continuare a contrapporre commercio e cooperazione come se fossero alternative incompatibili. La storia dimostra esattamente il contrario: i grandi partenariati economici duraturi sono nati dove, prima ancora del profitto, si è investito nel capitale umano, nelle istituzioni, nella sicurezza alimentare, nella sanità e nella formazione.

Quando invece si abbandonano le comunità locali al solo gioco degli interessi geopolitici ed economici, il risultato è quasi sempre identico: aumento delle disuguaglianze, instabilità cronica, migrazioni forzate e crescita di nuove dipendenze. Chi lavora nella cooperazione internazionale oggi non dovrebbe difendere acriticamente un sistema perfettibile. Ma dovrebbe denunciare con forza un rischio molto concreto: che dietro il linguaggio dell’efficienza e del pragmatismo si stia consumando un arretramento pericoloso della trasparenza, della partecipazione democratica e della tutela delle popolazioni più fragili. Perché senza controllo indipendente, senza coinvolgimento delle comunità locali e senza una società civile forte, lo sviluppo rischia di diventare soltanto un altro nome per indicare l’estrazione di risorse e l’accumulazione di potere.

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