NEL 2025 GLI IMMIGRATI HANNO FATTO SPARIRE 8,6 MILIARDI DI EURO

Luca Iotti . 09/07/2026 . Tempo di lettura: 4 minuti

Ogni mese, attraverso migliaia di sportelli e transazioni digitali, un fiume di denaro lascia l’Italia senza clamore. Nel 2025 ha toccato una cifra record: 8,6 miliardi di euro. Nessun ministero lo gestisce, nessuna legge lo regola, nessun telegiornale ne parla. E come sempre c’è qualcuno che si arricchisce.

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Esiste un welfare parallelo, silenzioso e capillarmente diffuso, alimentato da milioni di transazioni digitali e sportelli di pagamento attivi ogni mese in Italia. È il motore del sostentamento privato che unisce i lavoratori stranieri alle proprie terre d’origine, garantendo la sussistenza quotidiana, l’accesso alle cure e l’istruzione di intere famiglie. Nel corso del 2025, questa rete di supporto privato ha mobilitato la cifra record di 8,6 miliardi di euro (fonte Banca d’Italia). Per comprendere la portata del fenomeno, basta considerare che l’intero stanziamento pubblico italiano per il sostegno ai paesi in via di sviluppo si ferma a circa 6 miliardi di euro.
La mappa di questa ricchezza interconnessa rivela dinamiche inaspettate. Il Bangladesh si posiziona stabilmente in cima ai canali di destinazione, drenando 1,7 miliardi di euro (praticamente il 20% del totale nazionale). L’elemento sorprendente risiede nella demografia: a fronte di una comunità di appena 140.000 residenti in Italia, il bilancio individuale è sbalorditivo, con una quota mensile pro capite di 650 euro a persona, contro una media generale dei residenti stranieri ferma a 134 euro. Alle spalle del Bangladesh si posizionano l’India, in netta e rapida espansione con 600 milioni di euro, e il Marocco, che consolida il suo legame storico con l’Italia muovendo 580 milioni di euro.
Mentre l’aiuto pubblico tradizionale deve farsi strada tra lenti apparati burocratici e intermediari istituzionali, queste risorse arrivano a destinazione in modo diretto e immediato. Sul piano macroeconomico, l’impatto è cruciale: in Bangladesh tali flussi generano l’8% del PIL e rappresentano la prima risorsa di valuta estera, mentre in contesti come la Liberia o il Tagikistan arrivano a pesare per oltre il 30-40% del PIL.

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Ma quanto mi costi?

Nonostante l’avanzamento tecnologico, trasferire capitali oltreconfine rimane un’operazione scandalosamente onerosa.
Le commissioni medie su scala planetaria oscillano ancora tra il 6% e il 7% dell’importo inviato. Per un lavoratore che destina 600 euro al mese ai propri cari, questo si traduce in una tassa fissa di almeno 35 euro a transazione. Un salasso che, su base annuale, brucia miliardi di euro che potrebbero essere spesi in beni di prima necessità. L’Agenda 2030 aveva fissato l’obiettivo internazionale di abbattere questa soglia al 3% entro il 2030. Raggiungere questo traguardo rappresenterebbe l’investimento a più alto rendimento sociale nel settore dello sviluppo, eppure il tema è quasi totalmente assente dai tavoli della politica interna.

Strumenti alternativi che non sono una novità

Mentre le rimesse corrono su binari esclusivamente privati e la cooperazione istituzionale (guidata da AICS e Cassa Depositi e Prestiti tramite il Fondo Italiano per il Clima) si concentra su macro-aree geopolitiche come l’Africa subsahariana nell’ambito del Piano Mattei, esistono soluzioni finanziarie intermedie già collaudate all’estero ma ignorate in Italia:
• Rimesse produttive: Sistemi in cui una quota del denaro inviato viene vincolata al finanziamento di micro-imprese o infrastrutture della comunità locale.
• Fondi di garanzia e risparmio tutelato: Conti bancari dedicati in cui i depositi dei migranti fanno da collaterale per sbloccare linee di credito a favore di piccoli imprenditori nei paesi d’origine.
• Diaspora Bond: Titoli di debito sovrano emessi dai governi dei paesi d’origine per finanziare opere pubbliche (strade, ospedali, reti elettriche). I cittadini emigrati all’estero li acquistano accettando tassi d’interesse agevolati, mossi dal legame affettivo e patriottico, trasformandosi in veri e propri investitori del proprio paese.
Paesi asiatici, africani e centroamericani sfruttano questi modelli con successo da anni; l’Italia, pur avendo comunità straniere storiche e radicate, non ha mai strutturato un piano normativo per valorizzarli.

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Una domanda essenziale

Di fronte a un dibattito pubblico perennemente focalizzato sul governo dei flussi migratori e sui piani di cooperazione strategica con il continente africano, sorge un interrogativo spontaneo: perché l’architettura finanziaria delle rimesse è totalmente invisibile nei programmi governativi?
Si discute quotidianamente di partnership energetiche, sovranità alimentare e presidi di sicurezza, eppure si sceglie di ignorare la più grande leva economica privata che collega l’Italia ai paesi in via di sviluppo. Disinteressarsi di un flusso di quasi 9 miliardi di euro all’anno, rinunciando a canalizzarlo verso la stabilità e la crescita delle economie di partenza, non è solo una svista macroeconomica, ma un grave errore di postura strategica.

Cosa potrebbe cambiare

Per invertire la rotta e trasformare questa economia di sussistenza in un volano di sviluppo strutturato, la politica dovrebbe muoversi lungo tre direttrici operative:
1. Dimezzamento dei costi operativi: Introdurre sgravi fiscali per gli operatori di money transfer che garantiscono commissioni inferiori al 3%, potenziando al contempo l’infrastruttura digitale e stringendo accordi bilaterali per azzerare le barriere tariffarie.
2. Architettura finanziaria per le diaspore: Istituire e promuovere legalmente i sopracitati strumenti di risparmio vincolato e i diaspora bond, incentivando il passaggio dal semplice consumo immediato all’investimento patrimoniale a lungo termine.
3. Sinergia con la cooperazione pubblica: Coinvolgere direttamente le associazioni dei migranti nella pianificazione dei progetti di sviluppo internazionali, superando la logica della solidarietà di facciata e trattando le comunità residenti come veri partner economici e geopolitici.

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