C’è un dato che dovrebbe far tremare chiunque abbia a cuore la tenuta sociale del Paese: a fronte delle oltre 360.000 organizzazioni non profit censite, oggi le realtà iscritte al RUNTS sono poco più di 142.000. Mancano all’appello oltre 217.000 organizzazioni, pari a circa il 60%. Si può discutere su quante fossero inattive, quante marginali, quante non in regola. Ma anche facendo tutte le “correzioni” possibili, resta una verità difficile da aggirare: una parte enorme del tessuto associativo italiano è scomparsa, o è stata spinta fuori dal sistema. E questo non è un effetto collaterale. È un fatto politico.
Una riforma che seleziona e esclude
La riforma del Terzo Settore nasceva con obiettivi condivisibili: trasparenza, ordine, credibilità. Ma nella sua applicazione concreta ha prodotto un effetto molto diverso: una selezione durissima, che ha colpito soprattutto le realtà più piccole, più fragili, più radicate nei territori. Non le “mele marce”. Quelle, spesso, hanno avuto strumenti, consulenti e strutture per rientrare perfettamente nel nuovo sistema. A uscire sono stati i piccoli gruppi di volontariato, le associazioni di quartiere, le realtà informali ma operative, le organizzazioni che facevano tanto con poco In altre parole: il cuore pulsante del Terzo Settore italiano.
Più burocrazia, meno comunità
Il RUNTS ha introdotto un livello di complessità amministrativa che, per molte realtà, è semplicemente insostenibile; bilanci strutturati, adempimenti digitali continui, obblighi formali crescenti e per finire necessità di consulenti. Il risultato è evidente: meno tempo per aiutare, più tempo per compilare. E quando un’associazione deve scegliere tra stare dietro a una piattaforma o stare accanto alle persone, spesso fa una scelta drastica: chiude.
Cosa perderà l’Italia e sta già perdendo
La questione non è solo numerica. È concreta. È quotidiana. È sociale. Con la scomparsa o il mancato riconoscimento di migliaia di ETS, l’Italia rischia — e in parte sta già iniziando — a perdere: servizi intraospedalieri: volontari che assistono malati soli, supportano famiglie, alleggeriscono il lavoro sanitario, assistenza ai tossicodipendenti: comunità, operatori di strada, programmi di recupero informali ma efficaci, supporto agli anziani soli: visite domiciliari, consegna farmaci, compagnia, doposcuola e sostegno educativo: spesso l’unico argine alla dispersione scolastica in aree difficili, accoglienza e integrazione migranti: mediazione culturale, insegnamento della lingua, inclusione reale, protezione civile e interventi emergenziali: volontari pronti dove lo Stato arriva dopo (quando arriva) e per finire cooperazione internazionale e emergenze umanitarie: piccoli progetti, spedizioni che fanno la differenza in contesti dimenticati ma a cui l’Italia sembra non dare più importanza. Si tratta in pratica di tutte attività che lo Stato non è in grado — né probabilmente intende — sostituire o farsene carico.
Un sistema che controlla più di quanto sostiene
Un altro elemento critico è la percezione — sempre più diffusa — di un sistema costruito più per controllare che per accompagnare. Uffici difficili da raggiungere, risposte lente, interpretazioni variabili, approccio spesso ispettivo. Come se il presupposto fosse: “dimostrate di non essere colpevoli”. Nel frattempo, altri settori godono di: condoni, sanatorie, rottamazioni, strumenti di alleggerimento fiscale spesso all’avvicinarsi di elezioni politiche e referendum… come mai?!? Il confronto, anche solo percepito, è devastante.
Una domanda scomoda ma necessaria
A questo punto, una domanda va posta senza ipocrisie: è davvero un effetto indesiderato, o è una direzione voluta? Perché una riduzione così drastica del numero di organizzazioni non è neutra. Riduce la pluralità, la partecipazione e l’autonomia dei territori. E allora il dubbio diventa legittimo: forse a qualcuno il Terzo Settore non piace così com’era? Forse non interessa davvero sostenerlo? O forse — più realisticamente — il Terzo Settore fa paura. Fa paura perché è: indipendente, diffuso, capace di mobilitare persone, radicato nelle comunità. In una parola: non controllabile come probabilmente lo “Stato” vorrebbe.
Un errore politico (anche elettorale)
C’è poi un aspetto che sembra sfuggire. Il Terzo Settore non è un mondo marginale. Parliamo di milioni di volontari, centinaia di migliaia di operatori, un indotto sociale ed economico enorme. Ogni associazione è una rete di persone e ogni rete è anche una comunità elettorale. Indebolire questo sistema significa anche alienarsi consenso. E la politica, prima o poi, dovrà farci i conti.
Questa non è solo una riforma amministrativa. È un passaggio che sta ridisegnando il ruolo della società civile in Italia. E la domanda finale è semplice: Vogliamo un Terzo Settore vivo, diffuso e partecipato… o uno ridotto, selezionato e burocratizzato? Perché dai numeri di oggi, la risposta — nei fatti — sembra già scritta.