LA PACE NON È IN AGENDA
Dieci giorni di lavori tecnici a Bonn hanno consegnato pochi risultati e una domanda scomoda: quanto spazio resta alla “diplomazia del clima” quando la sicurezza torna a coincidere con la difesa armata?
Un cantiere che gira a vuoto
C’è un appuntamento fisso, ogni giugno, nel calendario della diplomazia ambientale: la sessione intermedia dell’UNFCCC, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici. Non è il palcoscenico delle grandi firme, ma l’officina dove i tecnici limano i testi, si sondano le posizioni e si capisce con quali nodi irrisolti i ministri arriveranno alla conferenza di fine anno. L’edizione 2026 — la SB64, in programma dall’8 al 18 giugno — aveva un compito preciso: spianare la strada alla COP31, che si terrà a novembre ad Antalya, in Turchia.
Il compito è stato assolto solo in parte. Chi ha seguito i lavori da vicino ne è uscito con l’amaro in bocca: tavoli impantanati, testi rimasti in bozza, una frattura sempre più visibile tra economie industrializzate e Sud globale su chi debba pagare, quanto e con quali garanzie. Più di un delegato ha descritto un’atmosfera di sospetto reciproco, aggravata da uno scenario internazionale che non concede tregue. Un tempo la natura tecnica di questi incontri permetteva di far maturare i dossier più spinosi al riparo dai riflettori; oggi il rumore del mondo — crisi energetiche, tensioni militari, corsa alle risorse — è entrato anche nelle sale riunioni di Bonn.

Che cosa c’era sul tavolo
I lavori hanno toccato praticamente l’intero perimetro dell’Accordo di Parigi, con esiti molto diseguali:
• Risorse finanziarie: il capitolo più conflittuale. Le nazioni più esposte alla crisi climatica pretendono impegni economici verificabili, stabili nel tempo e realmente raggiungibili; i governi donatori, dal canto loro, condizionano nuove aperture a controlli più stringenti su come i fondi verranno, eventualmente, impiegati.
• Adattamento: i paesi di chi vive già sulla propria pelle siccità e alluvioni ha reclamato più mezzi e indicatori condivisi per misurare i progressi. Anche qui, però, nessuna svolta.
• Riduzione delle emissioni: si è ragionato su come alzare l’asticella dei prossimi NDC, i piani climatici nazionali, senza approdare a intese di sostanza.
• Transizione giusta: l’unica nota positiva. È stato messo a punto un pacchetto di testi che ad Antalya si potrebbero adottare, pensato per tutelare i lavoratori e le comunità coinvolti nel passaggio verso economie decarbonizzate.
• Rendicontazione e attuazione: sono andati avanti, in sordina, i lavori tecnici sui nuovi meccanismi di trasparenza previsti da Parigi e sull’applicazione delle decisioni già prese nelle COP passate.

La rotta tracciata da Ankara
La presidenza turca della COP31 ha scelto un profilo pragmatico: meno annunci, più messa a terra degli impegni già esistenti. La sua agenda punta sull’elettrificazione accelerata, sul taglio del metano e dei rifiuti, su città capaci di reggere gli shock climatici, sull’economia circolare, su un’industria più verde, sulla sicurezza alimentare e su un coinvolgimento reale delle giovani generazioni.
Ma per capire davvero perché Bonn si è inceppata bisogna guardare fuori dalle sue sale. Viviamo un’epoca in cui la spesa militare non deve mai giustificarsi troppo a lungo: un nemico da indicare, un confine da difendere, un’emergenza da invocare bastano a sbloccare bilanci, procedure e consenso. È una narrazione collaudata, che funziona purtroppo da secoli.
La questione climatica non dispone di questa scorciatoia. Non offre un avversario in divisa, ma chiede qualcosa di molto più impegnativo: che Stati diffidenti imparino a fidarsi, che interi apparati produttivi si trasformino, che si investa in prevenzione quando la politica premia solo la reazione. E soprattutto chiede di ridistribuire — denaro, potere, opportunità — anziché semplicemente stanziare.
Così, mentre la finanza climatica resta prigioniera di promesse rinviate, clausole e architetture sempre più barocche, i bilanci della difesa corrono spediti. Non è soltanto una questione di soldi che per le armi si trovano e per il clima no: è che l’emergenza bellica parla ancora la lingua che la politica capisce meglio — minaccia, protezione, deterrenza — mentre il clima prova a introdurne una nuova, fatta di cura, cooperazione e giustizia. E questa seconda lingua, ai tavoli negoziali, continua a suonare come qualcosa che si può rimandare.
C’è poi un paradosso che merita di essere guardato in faccia: talvolta è proprio l’instabilità geopolitica a dare una spinta alla transizione. Quando una rotta strategica dell’energia finisce sotto pressione militare — lo Stretto di Hormuz lo ha ricordato a tutti nel modo più crudo — diventa improvvisamente chiaro ciò che decenni di rapporti scientifici non erano riusciti a imporre al dibattito: continuare a dipendere da petrolio e gas non significa essere al sicuro, significa essere ricattabili. È però una spinta ambigua, figlia della paura e non di una scelta di giustizia.
Le rinnovabili avanzano non perché il mondo abbia abbracciato la causa climatica, ma perché ha scoperto che il fossile è diventato un rischio strategico. È meglio di niente… ma non è abbastanza.
La pace è volata via dall’agenda
In questo quadro pesa, e molto, un’assenza. Negli anni scorsi il processo UNFCCC aveva cominciato a nominare esplicitamente il legame tra crisi climatica, conflitti e sicurezza delle persone: lo aveva fatto a Dubai, con la Dichiarazione su clima, soccorso, ripresa e pace adottata alla COP28, e lo aveva ribadito a Baku con l’appello lanciato alla COP29. Sembrava l’inizio di una consapevolezza nuova: il clima non come variabile ambientale a sé stante, ma come filo che attraversa guerre, migrazioni, diritti e accesso alle risorse.
Poi è arrivata Belém, la COP30 dello scorso novembre, e quel filo si è spezzato: la pace è uscita dall’agenda. Non perché i conflitti contino meno — al contrario — ma perché il gelo tra gli Stati ha riportato la sicurezza dentro il suo recinto più antico, quello della difesa armata. E questo accade proprio mentre il pianeta si scalda, si arma e si frammenta insieme, e gli impatti del clima si intrecciano ogni giorno di più con la competizione per acqua, terra, energia e cibo.
La strada che porta ad Antalya parte esattamente da questa contraddizione. Una sicurezza climatica degna del nome non può fermarsi a proteggere rotte commerciali e approvvigionamenti: deve proteggere comunità, territori, sistemi alimentari, coesione sociale. Deve riportare la pace dentro il negoziato sul clima non come ornamento retorico, ma come impalcatura politica. Perché finché il clima parlerà soltanto il linguaggio tecnico della transizione, mentre la guerra parla quello immediato della paura, sappiamo già quale voce arriverà prima alle orecchie dei governi.

Lo sguardo di chi lavora sul campo
Per chi fa cooperazione internazionale — e per Bambini nel Deserto, che opera da oltre venticinque anni nel Sahel e in altre aree fragili — quanto accaduto a Bonn non è materia astratta. Da quei tavoli dipendono la quantità e l’accessibilità dei fondi internazionali destinati all’adattamento; il sostegno alle popolazioni rurali che convivono con la desertificazione; i programmi di resilienza su acqua, agricoltura, scuola e salute nei Paesi africani; e lo spazio riconosciuto alla società civile nell’attuazione degli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
Vista dal campo, la misura del successo di Antalya sarà una sola: la capacità di trasformare i paragrafi negoziati in risorse che arrivino davvero, e in tempi utili, alle comunità che della crisi climatica stanno già pagando il prezzo più alto.