Le dita non gli obbedivano più. Stringevano ancora quel pezzo di legno — il relitto di ciò che restava del barcone — ma non per forza. Per un istinto del corpo che continuava a lottare anche quando la mente aveva già cominciato ad andarsene strappata dalla notte fonda buia. L’acqua del Mediterraneo era nera e gelata intorno a lui. Il corpo immerso per metà, le gambe non le sentiva più da ore. Il freddo aveva mangiato tutto — il dolore, la paura, persino la voce. Non riusciva più a chiamare. Non sapeva nemmeno se ci fosse qualcuno da chiamare tra quelli con cui aveva condiviso il poco spazio concessogli. E allora la mente era andata. Lontano. Via da lì. Era tornata alla sua casa. All’odore della cucina di sua moglie, al rumore del mercato la mattina presto, dove per anni avevo tentato una via di riscatto. Poi per un istante apparve il viso di sua figlia quando l’aveva salutato sull’uscio nelle prime ore della mattina. Gli aveva detto “torna presto, papà”. Lui le aveva promesso una vita migliore. Le aveva promesso l’Europa. L’Europa. Quella stessa Europa che adesso, nel buio, non era più raggiungibile. Quella stessa Europa che lo aveva condannato. Le dita si aprirono.
Anche la Pasqua è annegata nel Mediterraneo
Ieri dei 110 esseri umani partiti da Tripoli ne sono sopravvissuti 32. Tutti gli altri inghiottiti dalle acque del Mediterraneo. Proveniva prevalentemente da Bangladesh, Pakistan e Egitto. Non è una tragedia. È una scelta e qui arriva la parte che dovrebbe farti arrabbiare. Davvero. Queste morti non sono un incidente. Non sono una fatalità. Non sono “il destino”. Sono il risultato diretto di decisioni politiche prese da persone che hanno un nome, un cognome, uno stipendio — pagato anche da te. Dal 2014 ad oggi, quasi 34.500 persone sono morte o disperse nel Mediterraneo cercando di arrivare in Europa. Solo quest’anno, più di 800. Ogni anno, da tre anni, muoiono più di 100 bambini. Centoventi bambini all’anno. Una media di dieci al mese; uno ogni tre giorni. L’Europa cosa fa? Finanzia Frontex.
Frontex siamo noi
Frontex è l’agenzia europea di controllo delle frontiere. Ha un budget miliardario. Ha navi, aerei, droni. Ha tutto. Tranne il compito di salvare le persone. Il suo lavoro ufficiale è bloccare i migranti. Respingerli. Rimandarli indietro — spesso in modo illegale, spesso verso luoghi dove verranno torturati, venduti, o uccisi. Ci sono prove, testimonianze, inchieste giornalistiche. Eppure Frontex continua ad operare, continua a crescere, continua ad essere finanziata. Con i soldi delle tasse europee. Con i tuoi soldi. Con i miei.Noi paghiamo questa macchina. E i paesi che si affacciano sul Mediterraneo — Italia, Grecia, Spagna, Malta — invece di organizzare corridoi sicuri, invece di pianificare un sistema europeo di soccorso, fanno a gara a chi è più duro, chi respinge di più, chi costruisce più muri.
Perché non ci indigniamo più?
Ecco la domanda più difficile. Quella che forse fa più male. Perché questa notizia — oltre 70 morti in un giorno — durerà un giorno sui giornali poi scomparirà. Perché non scendiamo in piazza? Perché non scriviamo ai nostri parlamentari? Perché cambiamo canale? La risposta non è comoda: perché ci hanno abituati. La politica europea — e quella italiana in modo particolare — ha lavorato per anni a costruire un’immagine dei migranti come “invasori”, come “eserciti di sbarco”, come un pericolo. Lo ha fatto con le parole, con le campagne elettorali, con i titoli dei giornali. E ha funzionato. La nostra empatia è stata spenta. Piano piano, senza che ce ne accorgessimo.
Alcune domande per te
Se quell’uomo aggrappato al relitto fosse tuo fratello, tuo padre, tuo amico — staresti ancora a guardare? Quando senti la parola “migrante”, cosa vedi? Una persona o una minaccia? Sai che con i tuoi soldi — quelli delle tasse — viene finanziata un’agenzia che respinge persone spesso verso la morte? Ti basta sapere che “non dipende da te” per sentirti a posto?
Cosa si può fare davvero
Non servono miracoli. Servono scelte politiche precise: Corridoi umanitari sicuri — vie legali per arrivare in Europa senza rischiare di morire. Un sistema europeo di soccorso in mare — coordinato, strutturato, permanente. Non lasciato al caso, alla fortuna o alla buona volontà. Smettere di criminalizzare chi salva vite — le ONG che operano in mare vengono sequestrate, multate, bloccate. Salvare un essere umano che sta annegando non può essere un reato. Queste non sono utopie. Sono scelte. E dipendono anche da noi — da come votiamo, da cosa chiediamo, da quanto rumore faremo.
Quell’uomo nel buio aveva lasciato tutto — la sua casa, la sua famiglia, il viso di sua figlia — perché credeva che l’Europa fosse un luogo dove la vita vale qualcosa. Aveva torto? Dipende da noi rispondere.