Mali, il fronte crolla

Luca Iotti . 28/04/2026 . Tempo di lettura: 3 minuti

Nelle prime ore del 25 aprile 2026, il Mali è stato scosso da una delle offensive più violente degli ultimi anni. Un’azione coordinata tra i jihadisti di Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin e i ribelli tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad ha colpito simultaneamente più aree del Paese, mettendo in seria difficoltà la giunta militare al potere e i suoi alleati russi.

L’attacco è partito con una rapidità sorprendente: nel nord, le forze del FLA hanno puntato su Kidal, città simbolo della ribellione tuareg, riuscendo a riconquistarla dopo intensi combattimenti. Le truppe governative maliane (FAMa), insieme ai mercenari russi dell’Africa Corps, sono state costrette a ritirarsi, lasciando isolate altre località strategiche come Aguelhok e Tessalit. In questa fase, i ribelli hanno utilizzato anche droni, inclusi modelli FPV, dimostrando un’evoluzione nelle capacità operative. Contemporaneamente, il JNIM ha aperto un secondo fronte nel centro e nel sud del Paese. Attacchi coordinati hanno colpito città chiave come Gao, Mopti e Kati, arrivando fino alle porte della capitale Bamako. Durante queste operazioni, i jihadisti sono riusciti temporaneamente a occupare installazioni militari e ad abbattere un elicottero russo, probabilmente un Mi-8AMTSh.

Per gran parte della giornata del 25 aprile, la situazione è apparsa critica, con infiltrazioni profonde nelle aree controllate dal governo. Tuttavia, nel corso delle ore, le forze maliane hanno iniziato a riorganizzarsi. Grazie anche al supporto dell’Africa Corps, sono riuscite a respingere i jihadisti dalle periferie di Kati e Ségué, stabilizzando almeno parzialmente la situazione attorno alla capitale. L’uso di droni armati russi ha permesso di infliggere perdite significative agli attaccanti. Nonostante l’impatto iniziale, il JNIM ha mostrato ancora una volta i propri limiti: grande efficacia nelle incursioni rapide, ma difficoltà nel mantenere il controllo territoriale nel medio periodo, soprattutto per carenze logistiche e di armamenti pesanti. Diverso il caso del FLA, che nel nord può contare su una base territoriale più favorevole e su linee di rifornimento vicine al confine algerino.

Tra il 25 e il 26 aprile, le forze governative hanno riconquistato alcune posizioni, come Sévaré, e mantenuto il controllo di Gao, dove la base aerea è rimasta in mano all’Africa Corps nonostante ripetuti assalti. Parallelamente, però, si è aperto un altro fronte: quello negoziale. In diverse aree isolate del nord, tra cui Kidal, Tessalit e Aguelhok, i mercenari russi hanno avviato trattative con le forze ribelli per garantire un ritiro sicuro. Questi accordi hanno portato all’evacuazione di convogli russi con feriti ed equipaggiamento pesante, ma hanno anche esposto ulteriormente le truppe maliane rimaste sul terreno, escluse dai negoziati. Un segnale che rischia di incrinare i rapporti tra Bamako e Mosca.

Un episodio particolarmente significativo è stato il ritiro da Tessit, la prima posizione ceduta ai ribelli a ovest del Niger. Questo sviluppo potrebbe indicare trattative più ampie in corso e preannunciare nuovi attacchi contro le roccaforti governative nel centro e nel sud del Paese. Il bilancio umano è pesante: oltre mille combattenti della coalizione tuareg-jihadista sarebbero stati uccisi, ma anche il governo ha subito un duro colpo politico con la morte del ministro della Difesa, Sadio Camara, figura chiave nei rapporti con la Russia. A distanza di pochi giorni, il quadro resta estremamente fluido. L’offensiva ha di fatto cancellato molti dei risultati ottenuti dal governo con il supporto russo nel 2023 e potrebbe portare a una ridefinizione della linea del fronte lungo il fiume Niger. Più di tutto, emerge una realtà preoccupante: la stabilità interna del Mali non è mai stata così fragile.